San Mauro 2019






Vincenzo Caridi "Forme Silenziose: Progetto d'arte OASI 2

Vincenzo Caridi, artista di Copreno nato nel 1959, da vent’anni frequenta i laboratori artistici della Cooperativa Sociale OASI 2 di Barlassina. FORME SILENZIOSE è la sua prima personale dove saranno presentate al pubblico più di cinquanta opere che attraversano le varie tecniche della pittura per arrivare alla scultura in argilla. Un’arte che raccoglie il silenzio di Caridi per trasformarlo in oggetti e immagini che comunicano, creando un ponte tra il mondo interno dell’artista e le relazioni che lo circondano. Opere che ci invitano ad andare oltre, oltre l’estetica per arrivare all’essenza delle cose dove gli incontri diventano possibili. La sua sensibilità cromatica disegna paesaggi e orizzonti dove si muovono figure antropomorfe quasi sospese nel tempo. In una zona della mostra verrà ricostruito parte dell’atelier dove normalmente le sue creazioni prendono forma, nella giornata di martedì l’artista sarà presente e i visitatori potranno incontrarlo mentre lavorerà alla realizzazione di una scultura in argilla.

La Cooperativa OASI 2 gestisce un Centro Socio Educativo (CSE) dal 30 settembre 2008, prima Servizio di Formazione all’Autonomia dal 1995. Il servizio accoglie persone portatrici di una disabilità intellettiva e/o fisica di livello medio, che non presentano disturbi psicopatologici rilevanti e che hanno compiuto il quindicesimo anno di età. Ha la finalità di garantire un processo formativo che permetta il raggiungimento di una vita il più possibile autonoma ed integrata. E’ finalizzato all’acquisizione e al potenziamento dell’autonomia personale e sociale, alla crescita globale della persona e al suo accompagnamento nel progetto di vita adulta. […] Riteniamo fondamentale che ogni individuo abbia la possibilità di sviluppare il proprio potenziale e le proprie risorse per raggiungere un livello di vita il più possibile gratificante. Oasi 2 si propone come obiettivo fondamentale la promozione della realizzazione esistenziale e del benessere emozionale della persona, attraverso lo sviluppo dell’autonomia e l’integrazione sociale. I principi guida sono quindi lo sviluppo del massimo livello di autonomia, affinché la persona svantaggiata possa condurre un’esistenza il più possibile indipendente e normale, e il raccordo con il territorio, per favorire la sua partecipazione e coinvolgimento nella collettività. Nel 2006 la Cooperativa apre la comunità residenziale ALBATROS e da pochi mesi ha inaugurato CASA DONES uno spazio per sviluppare le competenze e le autonomie nella gestione della quotidianità.

Il ritmo dei tasti

La storia della macchina da scrivere ha incerte origini. Il più remoto tentativo di cui si ha conoscenza, risale al 1575. Il tipografo ed editore italiano, attivo a Venezia, Francesco Rampazetto, progettò un congegno meccanico con caratteri in rilievo che permetteva ai ciechi di comunicare tra loro e con altri. Un brevetto inglese (Henry Mill, 1714) documenta la costruzione di un dispositivo di cui però si persero le tracce. Piero Conti di Cilavegna (Pavia) nel 1823 realizzò il “tacheografo”: dal greco significa “che scrive in fretta. Giuseppe Ravizza (1811-1885), avvocato novarese, costruì nel 1846 un “cembalo scrivano”, brevettato nel 1855, di cui un modello è conservato al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. In Sud Tirolo (oggi Alto Adige) Peter Mitterhofer, falegname e carpentiere con doti di inventore, tra il 1864 e il 1869 costruì cinque modelli di macchine da scrivere, di cui i primi due in legno. Mitterhofer si recò a piedi da Parcines a Vienna, per consegnare la sua invenzione all’imperatore Francesco Giuseppe. Il sovrano e i suoi esperti, però, non colsero l’importanza commerciale del prototipo.

La colsero, invece, dall’altra parte dell’oceano. È un giornalista americano poi divenuto senatore, Christopher Latham Sholes, a studiare su una macchina di sua ideazione, una disposizione dei tasti più funzionale, in modo che le leve dei caratteri più utilizzati non fossero a contatto tra di loro, inceppandosi continuamente. Così nacque una tastiera con un ordine delle lettere non molto diverso da quello che è arrivato fino a noi, fino alle tastiere dei computer. Fu un’industria bellica statunitense, la Remington, a intuire per prima le potenzialità commerciali della nuova invenzione e a produrre i primi mille esemplari a partire dal 1874. Veniva chiamata “Qwerty”, dalla sequenza delle prime sei lettere da sinistra…ed è ancora la stessa sequenza che si trova su molte tastiere, comprese quelle della Apple. I dispositivi punto zero hanno perciò la “Qwerty” nel DNA, anche se i tasti non muovono leve, o addirittura sul touch screen non esistono più!

La Qwerty inizialmente scriveva solo a caratteri maiuscoli e “alla cieca per il dattilografo”, perché il carattere batteva sotto il rullo e non di fronte: gli eventuali errori di battitura si scoprivano a fine pagina alzando il rullo. La Remington sulle prime rifiutò il brevetto di un ingegnere di origine tedesca, Franz Xavier Wagner, che aveva risolto il problema introducendo la scrittura frontale, così la Underwood, altra società americana, già produttrice di nastri inchiostrati, acquistò il brevetto e si mise a produrre modelli più avanzati, come il leggendario numero 5, che nei successivi trent’anni avrebbe venduto milioni di pezzi in tutto il mondo, inaugurando l’epopea della produzione industriale e della diffusione via via sempre più capillare.

E’ quello lo scenario che incontra in America Camillo Olivetti nel 1893, quando al seguito del suo insegnante Galileo Ferraris partecipa a Chicago alla prima dimostrazione di illuminazione pubblica, ad opera di Thomas Alva Edison. Conquistato dalle nuove invenzioni, non solo dalla lampadina di Edison, Olivetti rimase due anni nel reparto di ingegneria elettrica dell’Università di Stanford. In un certo senso negli anni successivi fece il “giapponese”, portando in Italia la produzione di strumenti di misura e poi di macchine da scrivere. La prima Olivetti viene presentata all’Esposizione universale di Torino, nel 1911.